Letta piace perché disponibile

“Siamo di fronte a una potenziale svolta”, così Enrico Letta, nel maggio 2012, commentò in televisione la pesante sconfitta della Cdu di Angela Merkel alle elezioni locali del Nordreno-Westfalia. “Credo che in Europa stia cambiando il vento”, disse all’intervistatrice Lilli Gruber su La7. I cittadini, dopo aver bocciato Nicolas Sarkozy in Francia, con quel voto stavano rigettando il rigore imposto dalla leader dei conservatori europei, cioè la cancelliera tedesca.
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“Siamo di fronte a una potenziale svolta”, così Enrico Letta, nel maggio 2012, commentò in televisione la pesante sconfitta della Cdu di Angela Merkel alle elezioni locali del Nordreno-Westfalia. “Credo che in Europa stia cambiando il vento”, disse all’intervistatrice Lilli Gruber su La7. I cittadini, dopo aver bocciato Nicolas Sarkozy in Francia, con quel voto stavano rigettando il rigore imposto dalla leader dei conservatori europei, cioè la cancelliera tedesca. In Italia erano i tempi del governo tecnocratico di Mario Monti, che Letta sosteneva da sinistra, al punto di lodarne “l’avvicinamento alle posizioni dei progressisti europei” in tema di politica economica comunitaria, spostamento che l’allora vicesegretario del Pd interpretò come segno premonitore di un’affermazione del centrosinistra pure in Italia. Poi però nel febbraio scorso gli italiani hanno votato per il nuovo Parlamento, e l’affermazione del centro sinistra è stata risicatissima, al punto che il Pd è stato costretto a formare un governo di larghe intese con il Pdl. A settembre, poi, anche la Germania è andata al voto: la Cdu-Csu di Merkel ha raggiunto il suo miglior risultato da anni, il 41,5 per cento, e Letta deve aver capito che la “svolta” da lui prevista sarebbe rimasta “potenziale”, che il vento insomma era cambiato ma non nella direzione sperata.
La cancelliera tedesca, quel commento un po’ avventato di Letta sulla “svolta” sancita dal piccolo infortunio elettorale della Cdu, non lo ricorderà nemmeno. E quindi non è certo per ripicca che oggi non incontrerà il presidente del Consiglio italiano, in visita in Germania a un forum organizzato dalla Süddeutsche Zeitung. Merkel infatti ha presenziato già ieri a quello stesso evento, quando a calcare il palco subito dopo di lei c’era un altro italiano, il presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi. Tra Merkel e Draghi, osserva chi li conosce da tempo, c’è un rapporto personale straordinario, oltre che un asse strategico più forte di quello che ci possa essere al momento tra Berlino e qualsiasi altra capitale dell’Eurozona, Roma inclusa.
Nell’immaginario dell’establishment tedesco, comunque, non c’è scolpita l’immagina di un Letta socialdemocratico, con le annesse asperità che qualcuno si aspettava dal socialista François Hollande. Anche per la politica europea, infatti, Letta è l’uomo delle relazioni trasversali per eccellenza: così, con qualche malizia, sul sito web dell’evento di oggi si sottolineano soltanto due passaggi fondamentali del curriculum vitae – “già presidente dell’organizzazione giovanile del Partito popolare europeo” e poi “sottosegretario alla presidenza del Consiglio con Prodi” – oltre a Palazzo Chigi ovviamente. Anche il proverbiale europeismo lettiano – “è un uomo di visione, cita il federalista Altiero Spinelli”, ripete perfino l’esigente leader radicale Marco Pannella – giustifica le frequentazioni più variegate: oltre ai soliti Aspen e Bilderberg, il premier è “coperto a sinistra” dalle numerose ospitate al Policy Network filolaburista o all’associazione francese Les Gracques “per una gauche moderna”, e poi di nuovo a destra grazie al Foro di dialogo Italia-Spagna (made in Arel) che l’ha molto avvicinato al leader popolare Mariano Rajoy.
Così, se chiedi agli emissari dei governi europei che passano per Roma come sia possibile che il governo Letta appaia da settimane come una sorta di calabrone – appesantito da episodi controversi che hanno coinvolto i suoi ministri, ostacolato da una maggioranza parlamentare che si restringe e da una strategia economica tutt’altro che di rottura con la recessione e la stagnazione imperanti, ma pur sempre in volo – tutti citano “l’attenzione del premier per gli affari internazionali, una novità per il vostro paese”. Se poi insisti con chi, da postazioni italiane di governo, ha visto Letta all’opera fuori dai nostri confini, allora questi aggiungerà una postilla un filino meno sognante: “E’ il cliente perfetto. Quello che paga sempre e non fa troppe storie”. Altro che le “balls of steel” rivendicate dal diretto interessato, insomma. Un analista finanziario che ha assistito alle ultime uscite del presidente del Consiglio di fronte agli investitori stranieri, inclusa quella organizzata a Roma dal Financial Times la scorsa settimana, osserva a questo proposito: “Letta, già alla seconda o terza slide, mostra sempre l’enorme contributo finanziario dell’Italia ai fondi di salvataggio dell’Ue (14,3 miliardi per il solo Esm), come a dire che facciamo i nostri compiti di bravi europei”. Questo argomento, a dire il vero, lo inventò Mario Monti, ma il professore della Bocconi tentò di legarlo sempre a qualche precisa rivendicazione, a un obiettivo da strappare all’interlocutore di turno. Al punto che, secondo il Wall Street Journal, nel giugno 2012 la Merkel sbottò in una riunione notturna: “Mario, non è un atteggiamento costruttivo”. Il ditino alzato di Berlino, però, alla fine tornò al suo posto anche grazie alla sapiente triangolazione Monti-Merkel-Draghi e al dispiegamento dell’ombrello anti spread della Bce, l’Omt.

Privatizzazioni a inseguire
Quest’anno invece il governo dell’europeista Letta ha fatto appena in tempo a festeggiare l’uscita dell’Italia dalla procedura d’infrazione Ue per deficit eccessivo, ottenuta grazie alla stretta sui conti del governo tecnico, salvo poi vedersi togliere la settimana scorsa da Bruxelles ogni margine di manovra fiscale per l’anno prossimo: il nostro debito è troppo alto, ha detto la Commissione, quindi niente eccezioni per Roma. Così il paese che più ha ridotto il suo rapporto deficit/pil, adesso è trattato da ultimo della classe. Non proprio un successo diplomatico, soprattutto perché la Banca d’Italia aveva avvertito per tempo del rischio bocciatura – come ha rivelato Luca Cifoni sul Messaggero – ma l’esecutivo non è riuscito a evitare la brutta sorpresa. Così ieri il presidente del Consiglio ha annunciato un piano di privatizzazioni (senza cedere “quote di controllo” delle aziende) che nel 2014 dovrebbe portare 10-12 miliardi di gettito, di cui la metà per ricapitalizzare la Cdp. Obiettivo esplicito è quello di rassicurare l’Ue sulla sostenibilità delle finanze pubbliche. Adesso però questa rincorsa tesa a rassicurare Bruxelles, colmando le nostre lacune con impegni sempre più gravosi per il paese, allarma anche il mondo produttivo ufficiale. Ieri, sul Sole 24 Ore della Confindustria, l’editoriale di apertura di Adriana Cerretelli metteva in guardia dal “sì” facile di Italia e Francia ai “contratti per le riforme” proposti da Merkel: “La Germania vuole un’Unione economico-monetaria appiattita sul proprio modello per non correre più rischi con i partner indisciplinati, inefficienti o poco competitivi. La ratio dei suoi contratti è chiarissima. Ma quella di chi dovrebbe accettarli?”. Insomma, mentre lo spin governativo vagheggia di assi anti austerity, celebra la lotta alla disoccupazione giovanile (in agenda, meno nei fatti) e l’impegno comune sull’immigrazione (ma solo dall’anno prossimo), c’è chi esorta Palazzo Chigi ad andarci cauto con il dire sempre di “sì”. Va pur detto che il contesto internazionale non aiuta Letta nella strategia di contenimento rispetto allo strapotere tedesco. L’economia di Parigi continua a perdere terreno rispetto a quella di Berlino, osservava ieri il Financial Times. Sempre ieri, inoltre, Merkel ha confermato che la sinistra tedesca, in nome del salario minimo nazionale e con l’obiettivo della Grosse Koalition, ha cestinato le richieste più europeiste come l’embrione degli Eurobond.
Letta da parte sua non perde occasione, specie quando si trova sotto i riflettori internazionali, per urlare al lupo populista e ricordare che il suo governo è l’unica alternativa ai “focolai di incertezza politica, nazionale e internazionale”, come ha ribadito a settembre durante il G20 in Russia. Il premier è consapevole di piacere all’establishment europeo, soprattutto se paragonato a un ipotetico inquilino di Palazzo Chigi frutto di altrettanto ipotetiche elezioni. A maggior ragione in questa fase, infatti, chiunque passasse per le urne sarebbe obbligato a tener conto in qualche modo della pancia dell’elettorato, in crescente ebollizione rispetto a tutto ciò che è percepito, a torto o a ragione, come un diktat dell’Ue. Per Bruxelles è meglio tenersi il calabrone innocuo che avere grane da una zanzara fuori controllo.